Il Paese delle aquile

E’ un pomeriggio caldo ma non afoso quando finalmente arrivo a Korça. Con il volo low-cost sono atterrato a Skopje e poi attraverso il confine sul lago Ohrid (Ocrida), e qualche ora di minibus tra i campi e i bunker abbandonati, sono arrivato alla città bazar dei Balcani, la prima tappa del mio viaggio di tre settimane in Albania.
Nei contrasti di questa città è simboleggiata la sofferenza albanese dell’ultimo secolo, cioè da quando il Paese delle aquile è stato ufficialmente fondato.

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Mercato vitale per tutta l’area dell’Epiro, o Çamëria, qui per secoli convergevano le merci della Grande porta provenienti da Ioannina e da Salonicco, i prodotti dei grandi laghi della zona: Ocrida e Prespa, nonché la fine mercanzia di Gjirokastra (Argirocastro). Poi l’isolamento assoluto durante il regime di Enver Hoxha, mezzo secolo che ha stravolto questa comunità senza riuscire a cancellarne l’anima, sovrapponendo strati di “nuovo” che pero non hanno cancellato quello che c’era sotto. Successivamente il post-comunismo e oggi il terzo millennio che si sono aggiunti ancora sopra.

Questi strati di storia Korça, o Coriza come si direbbe in italiano, me li mostra nelle sue strade, le sue architetture, le sue ville, le sue case, le sue chiese. Il bazar continua a essere il suo cuore pulsante, come lo è per tutta la vita sociale albanese, ovunque da Tirana a Berat, da Gjirokastra a Shkodra (Scutari) a Vlorë (Valona). Gli edifici cadenti del mercato sono circoscritti dalle ville in rovina dell’alta borghesia ottomana poi passate alla nomenclatura del Partito, e oggi abbandonate. In mezzo la Katedralja, la chiesa ortodossa ricostruita nel 1992, brillante tra i ruderi, enorme tra le casette della città vecchia, sovrastata solo dal monumento ai caduti della lotta partigiana in cima alla collina, consumato lentamente dall’oblio.
A riempire questi spazi, cosi come tutti gli spazi dell’Albania, la gente più bella che ci si possa aspettare. Forse ancora più sorprendente perché i pregiudizi, soprattutto italiani, sono spietati e ingiusti. Qui più che altrove gli sguardi insistenti sono di viva curiosità, partecipazione, divertimento e di completa apertura. Non è casuale che questa sia stata la città con la prima scuola del paese, e oggi la sede della più importante università, da qui la diaspora è andata negli Usa, dove sognano di andare anche gli studenti di oggi.

Tirana (Albania).

L’Albania ha 102 anni un po’ meno di noi italiani, il fratello più grande, l’adolescente che tratta con presunzione il fratellino ancora alle elementari. E come i fratelli minori, gli albanesi continuano a vedere nell’Italia un modello da imitare, continuano a impararne la lingua, a conoscerne personaggi, continuano ad andarci anche se non hanno più la necessità di arrivarci quasi a nuoto come negli anni 90.
In appena un secolo, dalla dichiarazione di Ismail Qemali del 28 novembre 1912, questo giovane e rurale paese si è visto attraversare da tutti gli eventi della Storia contemporanea. Dalle dissoluzione dell’Impero Ottomano alle mire espansionistiche delle monarchie confinanti durante le Guerre balcaniche; dagli strani protettorati/occupazioni della Prima Guerra Mondiale a una monarchia artificiale a tratti caricaturale, fino all’occupazione fascista. Dalla resistenza partigiana all’isolamento del più assurdo regime comunista che ha catapultato sciaguratamente un paese medievale nel terzo millennio; dalla traumatica transizione dei barconi e delle speculazioni economiche durante i Novanta fino a oggi, punto di riferimento per la stabilità politica dei martoriati Balcani e per gli investimenti del vecchio continenti, Italia in testa, affaticati dalla recessione.

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Gli strati di questo secolo, in realtà si potrebbe andare ancora più in profondità, sono ovunque: la Katedralja di Korça sono i bar appariscenti di Tirana nel quartiere di Blloku, sono le Bmw o le Mercedes fiammanti che sfrecciano tra le bancarelle dei mercatini improvvisati di Elbasan; sono nelle “nuove” economie esterne che si schiantano sul territorio, come il turismo sempre più di massa di Gijrokastra, “la città di pietra” di Ismail Kadare o la diffidente città montana di Berat che si aggiungono alle già note Shkodra e Sarandë, oppure le speculazioni immobiliari massicce delle coste di Vlorë o Durrës.

Oggi, durante il semestre italiano di presidenza, i discendenti di Skanderberg hanno finalmente ottenuto lo status di paese candidato a diventare membro dell’UE, e per come vanno oggi le cose in termini di allargamento chissà se e quando lo diventeranno. Per ora gli irriducibili albanesi hanno molto da fare da parte loro, perché questo diventi possibile: lotta alla corruzione, clientelismi, azioni efficaci contro la criminalità organizzata e le collusioni con la politica, contro il traffico internazionale di droga, contro l’immobilità politica e amministrativa… Insomma, tutte cose che anche noi “fratelli maggiori” non ci facciamo mancare.

Tirana (Albania).

Noi dal basso, invece, possiamo provare a conoscere un po’ più i nostri vicini orientali, cominciando a smontare parecchi e immeritati luoghi comuni.

E allora, nell’attesa che anche a sudestndell’Europa le opportunità di vita migliorino, buon viaggio in quella terra che Vittorio Emanuele III definì “un ammasso di pietre”, che invece ritengo meriti il nome che ha: Il Paese delle aquile.

Statue of Skanderberg in Tirana

 

Il Paese delle aquile. (Photogallery)

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