Orgulho da terra

Ricordi da Minas Gerais, Brasile.

             Nella seconda metà del ‘700, l’ennesimo inasprimento delle imposte da parte della corona portoghese verso le sue colonie nel Nuovo Mondo, il controllo sempre più pressante dei commerci e l’incapacità del governatore della Capitania de Minas Gerais e Goìas Luís da Cunha Meneses, noto per la sua violenza, portò a una drammatica caduta della produzione.

La classe più colpita fu la media borghesia, i mercanti benestanti e i proprietari terrieri che chiedeva università, industrie e un innalzamento generale delle condizioni sociali ed economiche del Paese. 

Così, attorno al 1783 un piccolo gruppo d’intellettuali, militari, preti e giuristi di Vila Rica (Ouro Prêto), diede vita ad un movimento clandestino che si prefiggeva di organizzare e ottenere l’indipendenza economica e culturale dal Portogallo. I congiurati furono tredici:  il capitano José de Resende Costa e suo figlio José de Resende Costa Filho, i poeti Cláudio Manuel da Costa e Tomás Antônio Gonzaga, i colonelli Domingos de Abreu Vieira e Francisco Antônio de Oliveira Lopes, i sacerdoti José da Silva e Oliveira RolimManuel Rodrigues da Costa e Carlos Correia de Toledo e Melo, Luís Vieira da Silva, il sergente Luís Vaz de Toledo PisaInácio José de Alvarenga Peixoto e il tenente Joaquim José da Silva Xavier, detto “o tiradentes”. 

Nato attorno al 1746, anno del suo battesimo, in una fazenda nel distretto di Pombal, Joaquim José da Silva Xavier cresce sotto la tutela del cugino, dopo aver perduto prematuramente i genitori. Conduce studi farmaceutici, lavora come dentista (da cui il soprannome di “tira denti”), ma soprattutto come minatore. Grazie a questo lavoro sviluppa ottime conoscenze geologiche e minerarie, e attorno al 1780 entra a far parte dell’esercito come esploratore. Nel 1781 diventa capitano dei Dragões, il reparto incaricato di fare ricerche ed esplorazioni per Caminho Novo, la linea ferroviaria commerciale che consentiva i traffici minerari tra Minas e Rio de Janeiro. E’ durante questo periodo che cresce il suo impegno politico, avvicinandosi a gruppi che criticavano sempre più aspramente politica commerciale imposta dalla corona portoghese.

Dopo vari anni passati nella capitale carioca, tornò a vivere a Vila Rica, dove entrò in contatto con il movimento indipendentista dell’ex segretario di governo Cláudio Manuel da Costa e Tomás Antônio Gonzaga. Le riunioni, tenute clandestinamente nelle abitazioni dei congiurati, miravano a creare uno stato libero dalla dominazione portoghese, non a liberare tutte le colonie brasiliane poiché non esisteva un sentimento di unità nazionale, ma a dare vita a una Repubblica indipendente per gli stati di Minas Gerais e Goìas, ispirata ai principi dell’Illuminismo francese, e alla recente guerra d’Indipendenza americana. Più concretamente, si  voleva realizzare industrie, aprire una università a Vila Rica e fare di São João del-Rei la capitale. Non era previsto un esercito professionale, ma tutta la popolazione doveva essere in grado di formare una milizia quando necessario, e nei suoi documenti non era prevista l’abolizione della schiavitù.

Durante gli incontri oltre ai piani e le leggi per il nuovo ordine amministrativo, venne creata anche la bandiera della nuova Repubblica: un triangolo su campo bianco e la frase in latino “Libertas Quæ Sera Tamen” sui tre lati.

La congiura fu scoperta nel 1789, anno della Rivoluzione Francese, a seguito della delazione di Joaquim Silvério dos Reis, militare che sperava di riottenere i favori persi nei confronti della corona portoghese. Nel giugno dello stesso anno venne aperto il processo denominato Autos da Devassa,  l’accusa per gli “inconfidentes” era di lesa maestà.

Tutti gli imputati furono incarcerati per tre anni e condannati a morte. Lo stesso giorno della sentenza, però, con una carta de clemencia la Regina Maria I di Portogallo trasformò tutte le pene capitali in condanne detentive con l’unica eccezione per il tiradentes, quello di classe sociale più bassa, per il quale venne confermata la morte per impiccagione. La mattina di sabato 21 aprile 1792, Joaquim José da Silva Xavier, unico dei tredici a dichiarare apertamente la sua partecipazione al movimento clandestino, fu giustiziato nel centro di Rio de Janeiro, il suo corpo smembrato e le diverse parti esposte in diverse città della colonia come monito. La testa venne esposta nella piazza centrale di Ouro Prêto, oggi a lui intitolata.

Il tiradentes rimase una figura oscura per molti anni dopo l’indipendenza del Brasile, finché con la Repubblica, fu riconosciuto martire unico della Inconfidência mineira e personificazione dell’indipendenza brasiliana.

               La bandiera dell’Inconfidencia è l’attuale bandiera dello stato di Minas Gerais, e il 21 aprile è giorno di festa nazionale per tutto il Brasile.

          Tutt’oggi Ouro Prêto (oro nero) è il cuore dell’identità mineiras, e la più importante, per arte e storia, delle città coloniali inerpicate tra i monti della Sierra Espacho, nonché ex capitale dello stato.

Con l’autobus si arriva alle spalle della Igreja de São Francisco da Paula, la più moderna tra le sue ventitre chiesette barocche, in cima a una delle vecchie direttrici minerarie, da dove la città si mostra come dei rivoli di case che sgorgano dai versanti della montagna per scendere verso valle. Patrimonio UNESCO dal 1980, la cittadina conserva meravigliosamente la sua architettura coloniale, gli edifici moderni sono inseriti nel pieno rispetto urbanistico delle antiche carrettiere e colorate abitazioni che erano le case dei minatori.

La Praça Tiradentes è il suo centro urbano e sociale, tutt’attorno al monumento del rivoluzionario si allargano i piccoli mercatini, le bancarelle e da qui arrivano e ripartono i tour organizzati. Sulla piazza si affaccia anche il museo della Incofidência, ricco degli oggetti della corsa all’oro e della quotidianità dell’epoca coloniale, dove si trovano anche le tombe dei tredici inconfidêntes, compresa quella vuota del Tiradentes.

Sempre sulla piazza, si affaccia la Igreja de São Francisco de Assis. Iniziata attorno all’anno 1765, é l’opera maggiore degli artisti Antônio Francisco Lisboa (Aleijadinho), architetto e scultore che ne curò il progetto, e del pittore Manuel da Costa Ataíde che ne affrescò la cappella. I due artisti sono oggi riconosciuti come i maggiori esponenti dell’arte coloniale brasiliana, e la Igreja de São Francisco de Assis de Ouro Prêto è una delle sette meraviglie del mondo di origine portoghese.

         L’attuale capitale dello stato di Minas Gerais, Belo Horizonte, dista appena un’ora e mezza, è uno dei centri nevralgici della new economy brasiliana, simbolo della sua rinascita finanziaria, delle sue relazioni commerciali soprattutto con l’Europa, e con l’Italia visto che nel sobborgo di Betim la Fiat ha uno dei suoi più attivi stabilimenti capace di produrre novecentomila veicoli all’anno. 

E’ anche emblema delle sue contraddizioni, come tutte le metropoli sudamericane, e attraversando i suoi quartieri si scorrono i diversi strati della sua società, a volte capaci di coabitare ma spesso in contrasto: dal nuovissimo Belvedere, quartiere di lusso dagli luccicanti grattacieli, a Barro Prêto, quartiere dello shopping epicentro dell’immigrazione italiana di inizio ‘900, fino ai caotici Savassi, Ancheta e Lourdes che formano il centro città.

Io entro nella capitale dal suo sobborgo nordoccidentale chiamato California. Contrariamente a quanto farebbe pensare il nome, questa era favelas, prima che la favelas vera si spostasse un po’ più in là, una periferia ben lontana dagli stereotipi di spiagge e samba.  

Camminando fugacemente per le strade si avverte subito un senso di modestia e essenzialità: le case, mai più di due piani, sono spesso al “rustico”, senza infissi o con serramenti occasionali; autovetture perennemente in riparazione sono parcheggiate di fronte a cancelli scrostati, o lungo marciapiedi dissestati. Le poche persone che incontro durante le calde ore del giorno hanno sorrisi corrosi da carie dentali mai curate, o espressioni dure e ostili, e passando vicino al piccolo ufficio sanitario si leggono ancora le raccomandazioni scritte a vernice a non trascurare una tosse tubercolosa o vaccinarsi contro il vaiolo. 

Belo Horizonte non è bella nemmeno lasciando la periferia. Prima “città pianificata”, progettata dall’ingegner Aarão Reis alla fine del XIX sec per accogliere 300.000 abitanti, è oggi una metropoli di quasi due milioni e mezzo di abitanti. Il suo centro è costituito da una griglia di avenidas perfettamente perpendicolari sulla quale giace una seconda griglia di strade minori rotata di 45gradi. Dalla Praça 7 de Setembro (Praça do pirulito), si snodano l’av. Amazonas e l’av. Alfonso Peña, che assieme alle av. Alvare Cabrol e av. Brazil sono lo scheletro dei quartieri Savassi e Lourdes: un intreccio di strade affollate e caotiche dove boutique e bancarelle si accalcano sui marciapiedi ai limiti della praticabilità. Punti di attrazione sono il ricco Mercado Central, il Palacio do Gobierno, o il Museo de artes mineiras all’interno dell’elegante Parque Nacional, unica macchia di verde tra il grigio eccesso edilizio.

 

           Nella metropoli ci passo pochissimi giorni, perché voglio dedicare più tempo possibile agli aspetti che caratterizzano questo stato, cioè alla terra il suo elemento identità.  E il rapporto con essa è fondamentale anche in superficie, oltre alle profondità dei suoi giacimenti. Nonostante il settore agricolo influisca per meno del 10% sul Produto Interno Bruto (Pil), marginale comparato all’industria e al terziario, Minas è lo stato più rinomato del Brasile per la sua carne do sol (carne bovina essiccata al sole e cotta alla brace), il formaggio e la cachaça.

Viaggiando verso Montes Claros il paesaggio è un succedersi di fazende (enormi ranch) dedicate principalmente al pascolo bovino, all’avicoltura e alla coltivazione di frutta e canna da zucchero.

Grazie a una tappa nell’anonima Bocaiuva ho la possibilità di vivere per un finesettimana la vita di una fattoria (orsa), nella comunità agricola chiamata Fazenda Extrema. Distante appena quaranta minuti dal paesino, lo stile di vita ha una lentezza che mescola aspetti antichi alla più superficiale modernità: all’alba la mungitura, prima di portare il bestiame al pascolo e passare ore davanti alla tv a guardare Avenida Brazil, la telenovelas del momento. Col latte munto in giornata si fa il quejo de Minas, il formaggio fresco pressato a mano in piccole forme, ricoperto con uno strato di sale grosso e messo all’aria aperta per una stagionatura che va da uno a quindici giorni. Anche la pressatura della canna da zucchero é spesso ancora manuale. Le canne vengono spogliate delle foglie e torchiate in una pesantissima macina a due rulli. Lo zucchero si ricava cuocendo a fuoco lento il succo estratto dalla pressatura, mescolandolo senza interruzione per circa otto ore. Dalla canna da zucchero si ottiene anche la cachaça, il distillato brasiliano per eccellenza.

Godere dell’ospitalità nell’orsa significa soprattutto questo: mangiare, bere, assaggiare frutti selvatici e sconosciuti come panà, mangostão, o piquee, assistere alla raccolta della manioca, e chiacchierare per ore davanti al churrasco (barbecue) su cos’è successo nelle prime ottomila puntate della soap opera che quotidianamente inebetisce milioni di brasiliani. 

E la sera si va a cavallo per riportare le vacche al recinto, ricordando più Billy Crystal di “Scappo dalla città” che John Wayne di “Fiume Rosso”.

            Mi tengo questa come ultima immagine di Minas Gerais, e dei miei primi giorni in Brasile. Nelle prossime settimane il mio viaggio continuerà sulla costa atlantica, verso lo stato di Bahia lungo altre realtà, altre culture e altre identità, da dove questa nazione/continente ha visto arrivare la “modernità”.

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