Piccolo Mondo Antico

«Era una città strana che, simile a una creatura preistorica, pareva essere apparsa d’improvviso nella vallata durante una notte d’inverno per mettersi a scalare faticosamente il fianco della montagna.Tutto in quella città era antico e di pietra, dalle strade e fontane fino ai tetti delle grandi case secolari, coperti di lastroni grigi somiglianti a gigantesche squame. Si stentava a credere che sotto quel possente carapace ci fosse e si riproducesse la carne tenera della vita».

Gjirokaster(Albania), May 2014

Gjirokastra (Argirocastro), la Città di pietra del grande scrittore albanese Ismail Kadare, assieme alla vicina Korçë e alla greca Janina, è stata uno dei centri del commercio dell’Impero Ottomano nella regione meridionale balcanica. E’ anche la città natale di Enver Hoxha, il dittatore che per un qurantennio ha tenuto l’Albania comunista in un impenetrabile isolamento politico e temporale.

Nel cuore della sua cittadella, il vecchio bazaar che come una stella a cinque punte indica il centro storico della vita sociale, il signor Makri, seduto di fronte al suo piccolo negozio, scandisce il trascorrere della giornata con la cadenza regolare del suo martello che trasforma lastre di pietra grigia in opere d’arte. «Muehin Makri stone carver», dice l’insegna recente in inglese accanto alla targa in ottone, onoreficienza dell’epoca socialista, quando era un “carpentiere riparatore”.

La sigaretta tra le labbra che si consuma da sola, i gesti lenti e gentili, il sig. Makri è la figura di spicco di una piccola classe di artigiani scultori che col rilancio del turismo, cercano di proteggere e tramandare l’arte antica e perenne della lavorazione manuale della pietra.

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C’è un piccolo mondo lento e creativo tra le infinite stradine dei centri storici medievali, che fanno di antiche arti una rete di tradizioni che vuole recuperare con orgoglio lo spirito culturale locale. Talvolta è un arte antica legata al territorio da secoli, talaltra è legata allo sviluppo del turismo che sempre più si addentra capillarmente nelle città. Questo mondo appare poco a poco camminando senza meta tra i vari vicoli, perdendo tempo lungo mura o accanto a chiesette secondarie, bevendo un caffè in un piccolo bar trovato per caso. Varie volte mi è capitato di trovarmi davanti a un piccolo laboratorio, o a chiacchierare con un simpatico pensionato mentre si faceva la pausa sigaretta divertito dalla mia curiosità.

L’Attelier 301 si trova lungo la Ermou, una via piuttosto lunga costeggiata per un lato da casette nuove, bar e piacevoli caffetterie. Una strada di un centro storico come tanti, con la differenza che dall’altra parte ci sono torrette militari, una striscia di case abbandonate da quarant’anni e in alcuni punti rotoli di filo spinato arrugginito. Il centro è quello di Nicosia, capitale di Cipro, e mi trovo lungo la buffer zone, la striscia di terra sotto controllo Onu che dal 1974 separa la parte greco cipriota meridionale, dalla parte turco-cipriota nord, occupata dall’esercito turco. La Ermou corre lungo una frontiera, laddove una frontiera non ci dovrebbe essere.

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«Il nome viene semplicemente dal numero civico del mio laboratorio sulla Ermou, e visto che al 300 c’è un bar molto famoso di Nicosia, ne ho un po’ approfittato».

Sevastides Sotiris sta fumando una sigaretta davanti al suo laboratorio mentre il muezzin, al di la del “confine”, chiama alla preghiera dai minaretti della cattedrale gottica di Santa Sofia trasformata nella Moschea Selimiye durante l’epoca ottomana.

Il signor Salvatore, come suonerebbe il suo nome in italiano, è un marmista in pensione e col tempo si è ritrovato con una passione per la scultura che ne riempie le giornate. Niente di strano per un ex marmista, se non fosse che le sue sculture non vengono dal marmo o dalla pietra, bensì dal recupero di pezzi meccanici, vecchi utensili e quant’altro metallico. I suoi strumenti non sono martello e scalpello ma cesoie, smerigliatrice e saldatore.

«Ho preso questo piccolo spazio circa tre anni fa. Prima lavoravo a casa, poi mia moglie si è stufata di tutto il macello che lasciavo e mi ha “sfrattato”».

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Parla perfettamente italiano, è stato spesso in Sicilia, Lombardia e Emilia Romagna per la qualita dei marmi, anche se ormai son molti anni che non viaggia piu. Nella tranquillità delle giornate cipriote trasforma vecchie biciclette in musicisti jazz, utensili da cucina in lampadari o dipinti tridimensionali. «Di solito non ho un’idea precisa iniziale, vedo il pezzo che trovo e da li parto nella realizzazione».

Col tempo ha allargato i suoi contatti con varie gallerie locali, comprese alcune di Lefkoşa la parte nord di Nicosia, dove le aperture, seppur timide, alimentano il desiderio quotidiano di normalità di una capitale, e una nazione, anomala da quarantadue anni.

Espone quasi costantemente e talvolta riesce anche a vendere qualche opera, e in generale è sempre piu soddisfatto della sua passione e maggiormente creativo: «Ora mi servirebbe un laboratorio un po’ piu grande, un altro paio di metri mi farebbero comodo».

Secondo una statistica tutta jugoslava, il piccolo monastero ortodosso di Svetan Jovan et Kaneo, che si affaccia sul lago di Ohrid (Ocrida) lato macedone, era il monumento più fotografato di tutta la Repubblica federale titina. Quanto sia attendibile questa indagine è poco importante, perché la vista è assolutamente magnifica, e la città vecchia di Ohrid è un gioiello unico nei balcani. Un film su tutti, Prima della pioggia del macedone Milčo Mančevski del 1994 utilizzava questa splendida location per la sua metafora sulla fine drammatica della Jugoslavia, ma anche un’altra importante opera quale Karaula del 2006 del croato Rajko Grlić ambienta in questa cittadina sul confine caldo jugo-albanese la vita di una compagnia militare jugoslava nel drammatico 1991.

Ohrid (Rep. Makedonia, Fyrom) May 2014

Nel suo cuore medievale, il signor Luško da circa vent’anno tiene in vita una tradizione antica di mezzo millennio, nel suo piccolo laboratorio produce delle stampe con una antica pressa in legno secondo il “metodo Guttemberg” del XV secolo.

«La carta è prodotta con del legno duro trittato e del cottone, lasciati macerare almeno 23 giorni in acqua e colla e poi semplicemente filtrato. E’ una tecnica apparsa in Cina attorno al II secolo Avanti Cristo». Lo strato che si ottine lo si lascia asciugare tra due strati di lino per uno o due giorni e successivamente pressato. Il risultato è un “foglio” che sembra quasi una stoffa.

Per le stampe gli inchiostri derivano da misti di erbe e fiori essicati trattati in modo da ottenere diverse tonalità e colorazioni. Le stampe rappresentano scene di vita quotidiana nella Ohrid classica, personaggi storici, e ovviamente le Sacre scritture.

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Questo metodo sarebbe arrivato fin qui attorno al XVI sec. grazie ai monaci del monastero di Sveti Naum, al confine tra la Macedonia e l’Albania, e oggi ci sono pochi altri laboratori che fanno lo stesso, uno dei quali si trova ad Amalfi.

Un turismo in crescita, come ho accennato, che sempre più dal mare di Valona e Sarande va a scoprire il centro impervio del Paese delle aquile. A Berat, come Argirocastro, l’UNESCO ha riconosciuto il valore inestimabile culturale e architettonico del suo centro storico. La “città dalle mille finestre” si sviluppa tra i monti Tomorr e Shpirag, secondo la leggenda due giganti che dopo aver combattuto fino a uccidersi a vicenda sono crollati ai due lati del fiume Osum.

Grazie alla sua inaccessibilità, Berat è stata una delle basi della guerra partigiana di Enver Hoxha, e tutt’oggi le strade che si inerpicano fin qui non sono le più comode e agevoli. E’ una città di montagna, dagli abitanti silenzioni dai modi diffidenti, dal saluto circospetto e dalla chiacchierata poco spontanea, a differenza dei modi di fare più diffusi in Albania.

Incontrare Luciano mi “salva” la giornata. E’ un piccolo intagliatore, e il suo negozio è sulla strada lastricata che sale fino al Kalaja (castello). Appena mi vede interessato davanti all’insegna mi invita, in italiano, a entrare: «Avanti, vieni pure a vedere». Giovane, si dedica a quest’attività solo da qualche anno, ma a differenza di altri artigiani spera di farlo solo temporaneamente. «Vorrei aprire la mia trattoria nei prossimi anni. Quando vivevo all’estero ho messo da parte un po’ di soldi, e ora faccio questo per arrottondare visto che ora in estate ci vengono molti turisti».

Bera, Albania. Luciano, woodcarver in his workshop in the old town

Come tanti in Albania, ha emigrato giovanissimo agli inizi degli anni Novanta, dal porto di Valona è arrivato sulle coste italiane e poi si è spostato a nord dove ha vissuto per un po’ a Casale Monferrato, con due suoi fratelli che ormai si sono stabiliti in Piemonte. Dopo ha girato l’Europa: Svizzera, Belgio, Germania e infine cinque anni in Inghilterra, dove ha lavorato nella ristorazione.

Rientrato in Albania da qualche anno col suo piccolo progetto in mente, ha trovato temporaneamente come appoggiarsi all’elemento più abbondante nella valle. I suoi souvenir sono ricavati da legno duro, quercia o noce, invecchiato per almeno un anno. Una “mano” di antitarlo, un pezzo di carboncino per tracciare il disegno e, quando l’intaglio è terminato, con la pittura ad acqua completa l’opera.

Mi dice che ci sono altri quattro intagliatori a Berat, più importanti e conosciuti.

Non importa, a me va bene aver incontrato lui, così come son contento di essermi imbattuto nei vari piccoli carpentieri, scultori, saldatori, venditori di anticaglie e quant’altro, che divertiti, imbarazzati o sorpresi, mi hanno ospitato per qualche minuto nei loro laboratori.

Delle varie storie trovate in giro per i miei viaggi ne ho scelto solo quattro, legate ad altrettante città dei Balcani, dove l’ospitalità e la semplicità della vita quotidiana hanno fatto le giornate di viaggio.

Mr. Makri in front of his workshop

Qui la galleria fotografica completa su Flickr: Photogallery

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